2002. In cammino verso il Santuario di S. Antuono

A volte la vita ti sorprende davvero. Oggi vado al supermercato a Campi Bisenzio e tra gli scaffali il mio occhio cade su un volume “I luoghi del cuore: l’Italia scelta dagli italiani” (Rizzoli, 2014 – 317 pagine) curato dal FAI e dedicato ai luoghi salvati dalla passione di chi li ha amati, e che ti trovo tra quelle 100 pagine? Ma il piccolo Santuario di S. Antonio abate di Grottole (pag.173-174), per il quale un paio di anni fa ho lottato sino allo stremo perché fosse salvato dal crollo e dall’oblio.


Quanti ricordi! Dalle minacce che mi sono preso (da alcuni politanti locali perché lasciassi perdere), alle tante iniziative che misi in piedi perché la vecchia leggenda sul Santuario non si avverasse. Una leggenda che afferma “sin quando il Santuario di Sant’Antuno rimarrà in piedi, i paesi a lui devoti non scompariranno”. Ora che il Santuario è stato restaurato, ed è ritornato il silenzioso custode delle mie valli natie in Basilicata, non posso non pensare che in fondo tutto questo è il frutto di “un sognatore che non si è arreso”.

 

Ma poi tutto come accadde?

 

Era una calda domenica d’estate come tante quando io con Antonietta, Leonardo e Pino decidemmo  di andare a visitare l’altopiano e il Santuario di “Sant’Antun” di Grottole (Matera), un luogo su cui i nostri nonni e i nostri genitori ci avevano raccontato mille storie e leggende, che seppur ben visibile dalla mio paese nessuno di noi, ora per un motivo ora per un’altro, aveva mai visitato.

 

Ci avviammo con due macchine in un assolato pomeriggio e, dopo un quarto d’ora, già ci inerpicavamo sulla strada sterrata che portava al Santuario. L’aria si faceva sempre più fresca, un odore di menta selvatica ci avvolgeva, ad ogni curva un orizzonte sterminato si apriva al nostro sguardo. Giunti sull’altopiano  fummo subito incuriositi dai resti di una fortificazione posta quasi sulla strada. Ci fermammo. Tra l’erba affioravano resti di mura, di case, di camminamenti.  Solo dopo avremmo saputo che quello era quanto restava di Altojanni, un’insediamento fortificato medioevale scomparso.

 

Grosse croci di legno a distanza regolare fiancheggiavano la strada sterrata, mentre alcuni nibbi incuriositi ci volavano sulla testa. Arrivati al santuario di S. Antonio abate ci fermammo. Da vicino sembrava imponente. Come ci avevano raccomandato i nostri parenti facemmo i tre giri rituali intorno alla struttura del Santuario. Man mano che camminavamo vedevamo scorrere davanti a noi un antico pozzo-cisterna, un loggiato settecentesco, antichi portoni in pietra grezza medievali e muri attraversati da crepe larghe un braccio. I segni della passata grandezza erano evidenti ma anche i segni lasciati dai vandali e dall’incuria. Scritte oscene sulle pareti, resti di fuochi accesi agli angoli dell’antica struttura, muri crollati o attraversati da profonde lesioni. Solo la chiesa, sprangata e vuota, era intatta.

 

Davanti a tanta bellezza offesa sentimmo salire dentro di noi la rabbia. Incominciammo a discutere animatamente su quanto vedevamo. Ma cosa potevamo fare, eravamo solo dei giovani come tanti, noi piccoli signor nessuno? Ci sentivamo impotenti. Allora Antonietta, la più piccola del gruppo disse delle parole che non dimenticherò mai: “perché non iniziamo a fare qualcosa, poi si vedrà!“.

 

Decidemmo di cominciare, dopo quindici giorni inaugurai il sito web sul Santuario e coinvolgendo amici, parenti e tutte le realtà associative e religiose che conoscevo iniziai ad organizzare le aperture, i vespri e le visite guidate al Santuario e la mobilitazione per salvare questo luogo dal crollo.

 

Così iniziava un’avventura che si sarebbe conclusa solo quattro anni dopo con l’inizio dei lavori di restauro del Santuario, che io avrei seguito da lontano perché ero già partito per Firenze. Ma questa è un’altra storia.

 

Innocenzo